Quello che mi manca per essere intera

2017-10-15 10.17.02

Cosa mi manca per essere intera? Credo che al momento, per me, la risposta ideale sarebbe: qualche anno di studi, una laurea, un lavoro che mi consenta di realizzare le mie aspirazioni, una stabilità emotiva, una casa con una libreria che ricopra l’intera parete del salotto. Sono cose che probabilmente verranno, prima o poi – e quando le raggiungerò ci saranno altre cose che mancheranno, che vorrò raggiungere – e così via, fino alla fine.

Il punto è che non credo che esista una persona davvero “intera”, nel senso che spero che ciascuno di noi abbia qualcosa verso cui protendersi, un obiettivo da raggiungere o un sogno nel cassetto: qualcosa per cui valga la pena alzarsi, costruire, faticare, gioire. L’interezza o la perfezione non esistono in questo senso, ma diventano una tensione continua, un costante stimolo a fare di più. E credo sia proprio questo il bello.

Ciononostante, “Quel che mi manca per essere intera” è un libro che racconta la storia di Bianca, che intera non si sente affatto – ma avendo problemi un po’ di più gravi del mio (“e adesso, che libro leggo?”), vede le cose con una luce diversa. Bianca nasce con una patologia congenita, con mani e piedi deformi; cresce tra le mura di un ospedale, tra un intervento e un gesso – e infine muove i suoi passi nel mondo. Bianca è fragile, è delicata, è piena di paure, è priva di fiducia, è bravissima a difendersi allontanando gli altri. D’altronde, credo che solo chi abbia vissuto un’infanzia così possa giudicare.

Il romanzo, che per una curiosa coincidenza è l’esordio di Ilaria Scarioni, che porta il mio stesso cognome – il romanzo, dicevo, si alterna tra l’infanzia di Bianca tra le mura dell’Ospedale Gaslini di Genova e l’età adulta, in cui invece Bianca è diventata medico. Due filoni paralleli, intrinsecamente legati tra loro, che conducono verso una unica morale: trovare quello che manca per essere interi.

La Bianca bambina è un esserino fragile, che sogna le scarpe delle sue coetanee e trema di fronte ai camici bianchi dei dottori. Da questa Bianca bambina, noi (aspiranti) medici impariamo a guardarci sempre con gli occhi dei pazienti: impariamo che serve sempre un’attenzione particolare per il paziente, ma serve ancora di più quando questo è alto un metro o poco più. Bianca bambina ci mostra la freddezza della routine ospedaliera, lasciandoci addosso una senso di colpa tremendo.

“Il medico parla, le sue parole escono dalla sua bocca senza che ci pensi, vorrebbe essere altrove, non glielo avevano detto durante gli anni di studi – non ce lo dicono mai – che sarebbe stato così duro fermare la vita di qualcun altro, cambiarla per sempre con poche sillabe. Spuntano i campanelli ai piedi e alle braccia, il camice diventa un mantello scuro che nasconde il viso e la paura, si diventa dei monatti, si entra in una stanza, si prende fiato e si dice quel che si deve dire, si spegne la speranza, si cambia una vita, poi ci si scusa, si fa una faccia contrita, e si va via.”

Bianca bambina cresce tra le mura dell’ospedale Gaslini di Genova – e qui la trama si intreccia alla storia di Gianna Gaslini, una bambina morta molti anni prima a cui il padre ha dedicato l’ospedale. Potremmo aprire un capitolo a parte parlando del peso politico di questo ospedale e di chi l’ha voluto, ma questo esula dagli interessi del libro. Qui, Gianna Gaslini è la compagna di giochi di Bianca, un fantasma che le tiene compagnia e che cresce con lei.

Gianna non è l’unico fantasma nella vita di Bianca – anzi, diverse storie e diversi ricordi si intrecciano alle vicende della protagonista. Sono piccole storie, fantasma che albergano nel cuore di Bianca, piccoli destini spezzati da malattie senza senso. Su tutti questi fantasmi troneggia Buco Nero, ovvero la paura intrinsecamente legata alla malattia di Bianca – Buco Nero, il posto in cui confluiscono sofferenza e tristezza, solitudine e voglia di vivere. E qui potremmo aprire un altro capitolo solo su Buco Nero, ma la cosa si farebbe lunga.

Dall’altro lato invece troviamo Bianca adulta – una donna fragile e impulsiva, incapace di fidarsi, che fatica a gestire relazioni stabili – e una donna che cerca la propria interezza completandosi con il corpo di un altro. È una donna complessa, la nostra Bianca, è una donna che grida aiuta e poi rifiuta di farsi aiutare. È una donna segnata, su questo non c’è dubbio – e credo sia comprensibile. È una donna che ha scelto di diventare medico, ma che in fondo al cuore si sente ancora dall’altra parte del lettino. È una donna che ha un rapporto complesso con il proprio corpo e che cerca la propria interezza, ancora e ancora.

Insomma: di carne al fuoco per questo libro ce n’è tanta, davvero tanta. C’è la malattia, la deformità, l’accettazione del proprio corpo, il dolore, la resilienza, l’intreccio delle vicende di altri piccoli pazienti, la paura, il Buco Nero che attrae ogni luce per rilasciare solo tenebre, l’amore per Genova e per il Gaslini. Tanta carne al fuoco – forse fin troppa per questo esordio, per lungo diario di suppergiù duecento pagine, che ahimè a tratti attrae con il fascino delle sue storie e a tratti appare invece troppo sconclusionato. Ma credo di poter dire di questo romanzo quello che ho già detto di Gino Strada: in queste pagine c’è la forza di una storia vera, di un’emozione, di una sofferenza e di una voglia di rialzarsi – una forza molto più grande della debolezza dello stile.

Non sarà un premio Pulitzer, per carità, ma c’è tanto da imparare dalla storia di Bianca, dalle storie di questi piccoli pazienti: c’è da imparare molto sugli errori che possiamo commettere, con questi piccoli fragili cuori – e c’è da imparare molto dalla tremenda voglia di vivere che emerge da questi Buchi Neri.


“Quello che mi manca per essere intera” di Ilaria Scarioni è una onesta collaborazione: ho ricevuto il libro dalla casa editrice Mondadori (che non posso che ringraziare) e ho liberamente scelto di parlarvene perché credo ne valga la pena e perché è in linea con i temi di Escherichia libri. Clicca qui per scoprire altre Oneste Collaborazioni

 

 

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